SOUND BARRIER | Amir Naderi

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EUROPEAN DISTRIBUTION

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Sound Barrier by Amir Naderi

(USA, 2005, b/w, 107′)

Cast | Interpreti
Charlie Wilson (Jesse), Louise Flory, Frank Glacken, Jeremy X Halpern
Screenplay | Sceneggiatura
Abou Farman, Heather Murphy, Amir Naderi
Cinematography | Fotografia
Michael Simmonds
Editing | Montaggio
Amir Naderi, Rick Brown
Production | Produzione
Amir Naderi, Rosalie Arkell

Premiered at Torino Film Festival 2005.

An 11-year old deaf-mute boy sets out to find an audio cassette his mother recorded shortly before her death, which may be locked in a storage room. Shot in New York City.

 

CRITICAL POINT(S)

Iranian master Amir Naderi’s latest dispatch from the streets of his adopted New York represents a return to the themes of his seminal The Runner. Fending for himself in an indifferent city, a deaf boy searches for the remaining traces of his dead mother, a radio talk show host who left behind a collection of audio cassettes in a Greenpoint warehouse. As is customary in Naderi’s oeuvre, sound design is crucial, and the movie gradually builds to an aural tour de force set on a congested bridge. Exhilarating and exhausting—with a finale that is quite literally an epiphany.

(David Ng, «The Village Voice», April 13-19, 2005)

 

Both stylistic tour-de-force and neverending assault on one’s patience, Amir Naderi’s latest black-and-white excursion into obsession may be the most extended mise en scene of pure frustration in cinema history, as a deaf-mute boy searches for answers on an old audio tape of his dead mother’s voice. Formally abstract yet intensely emotional, pic returns to the concentrated minimalism of Naderi’s seminal Iranian works, but with a frenzy and fragmentation all the stronger for being crammed into two impossibly claustrophobic spaces. A fest must-see, this demanding masterwork could command fringe arthouse play.
A letter to his mother from a fan of her radiotalk show leads 11-year-old Jesse (Charlie Wilson) to a storage facility in Queens. There, in a tiny locked room, an assortment of tape recorders set to different bands, and row upon row of meticulously labeled boxes are stacked to the ceiling. All bear the names of women talkshow hosts and the episodes’ recording dates.
Working his way through the piles with no plan or logic, Jesse grows increasingly impatient, flinging aside boxes and climbing over mountains of spilled cassettes, his anger escalating.
As the pace of the search accelerates, so does Naderi’s editing, the actions chopped up into flurries of motion exploding around the tiny room as the camera rides Jesse’s whirlwind. Meanwhile, the soundtrack is disorientingly broken up, the cacophony of crashing boxes and crunching cassettes irregularly erupting into weird, subterranean, echo-y silence.
A streak of perversity runs through Sound Barrier. When Jesse finally emerges from the warehouse with the tape and compatible tape recorder, he situates himself at the noisiest spot in the city, on a nearby drawbridge heavily traveled by trucks, and attempts to flag down passersby on foot or bicycle, offering them $20 to recite the contents of the tape so that he might lip-read their words.
The decibel level is excruciating, as trucks thunder by with horns blaring, the barrage of splintered sound and image no less claustrophobic for being outdoors. It’s a struggle to hear through the din the traumatic circumstances of what turns out to be Jesse’s psychosomatic hearing loss — with bits of narrative doled out through sound distortions, rewinds, close-ups of moving lips, and stretches of throbbing silence as the wheels of the cassette slowly turn.
The layered sound-and-image collage never palls, as exhilarating as it is exhausting. Then, switching gears, Naderi throws in a maddening audio deus ex machina that denies catharsis.
The viewer’s frustration is mirrored in Jesse’s uncontrollable rage as he destroys all existing cassettes of his mother’s show, the narrow ribbons of tape blanketing the bridge and streaming into the water. In one of film’s most potent set-pieces of futility, Jesse belatedly tries to retrieve the tapes amid the oncoming traffic.
Like Naderi’s Teheran-set The Runner, or his New York-set Marathon, Barrier is about fierce concentration on deciphering seemingly unintelligible codes deeply embedded in specific topography. Stubbornness and anger prove potent enablers, and Barrier ends in unlikely, strangely solitary, triumph.
Mike Simmonds’ stunning black-and-white lensing defies spatial limits and pedestrian self-preservation. Imagery is rhythmically kaleidoscoped through 1,753 separate cuts, though one might mourn the budgetary strictures that forced Naderi to switch from Super-16mm to HD.

(Ronnie Scheib, «Variety», May 4, 2005)

 


 

Jesse, ragazzo sordomuto di 11 anni, ha finalmente la possibilità di scoprire il segreto che lo perseguita dalla morte di sua madre. Parte da Manhattan per il Queens con una lettera e una chiave che apre un magazzino, ma il viaggio è solo il primo e il più semplice degli ostacoli, a cominciare dalla difficoltà di capire che cosa contiene l’audiocassetta trovata in una stanzetta del magazzino.

Presentato in anteprima nel 2005 al Tribeca Film Festival e in Italia al 23 Torino Film Festival.

DICHIARAZIONI
«Tutta la mia esperienza di regista accumulata negli anni è confluita in questo film, a un livello che non avevo mai raggiunto prima. Girando Sound Barrier ho scoperto quanto posso superare i miei limiti e ho imparato molte cose su me stesso e sul mio lavoro. Sound Barrier ha dimostrato che ero in grado di cominciare un film che pianificavo da anni come la seconda parte della mia trilogia sul suono. È uno dei motivi per cui ho lasciato il mio Paese. Un film sulla luna. Ho sempre sognato di essere sulla luna; è esattamente dove vorrei essere. Questo per me è l’inizio di un nuovo cammino».

(Amir Naderi, dal pressbook del film)

 

UN’INTERVISTA

Partirei da Venezia, dal rifiuto della Mostra di prendere il tuo film.
A Venezia avevo mandato una cassetta del film, in agosto mi ha chiamato il direttore delle ‘giornate degli autori’ dicendomi che il film non rientrava nella loro ‘linea di interesse’. Ha comunque avuto la delicatezza di 
chiamarmi. Anche alcuni amici giapponesi erano stupiti del rifiuto veneziano, quando l’ho proiettato al Filmex, organizzato da Takeshi Kitano, sono impazziti, mi dicevano “masterpiece! masterpiece!”. Probabilmente al mio film manca una patina ‘regolare’, capisci in che senso lo dico? È un film autoprodotto, girato comunque in grande economia (ma in ancor più grande dispendio di energia e di tempo), in video, senza attori (a parte il giovane protagonista), senza dialoghi… esce forse troppo fuori dai canoni anche dei film d’autore che vengono presentati ai festival, è un oggetto difficile, non si lascia prendere con semplicità.

E’ capitato anche lo scorso anno con l’ultimo film di Paulo Rocha, Vanitas, un grandissimo film di un grande regista, girato in video, come il tuo. Anche quello lo si vide solo a Torino (né Cannes, né Venezia lo
presero). In quel film, come nel tuo, non è la sceneggiatura a creare le immagini, o lo ‘stile’, ma il movimento, qualcosa di molto puro. Non a caso in america i film si chiamano ‘Movie’.
Per me il movimento e il suono sono fondamentali, questo è il cinema, movimento e suono, e silenzio. Io ci aggiungo una storia, la faccio a pezzi, ma la condenso anche al massimo, e ho fatto Sound Barrier con il minimo
dei dialoghi possibili per costruire uno stato d’animo, l’atmosfera in cui la storia potesse prendere vita, senza passare attraverso i dialoghi. E’ stato molto difficile per me farlo e penso sia molto difficile per gli altri vederlo.
Sound Barrier è il primo capitolo di una trilogia sul suono a cui pensi da anni, ricordo che ne parlavi già otto anni fa, ai tempi di A,B,C Manhattan.
Il cinema che faccio ora, qualunque forma prenda, è suono. Il suono è il vero protagonista dei miei film, e naturalmente il silenzio. La direzione del mio fare cinema è stata questa dal 1975, quando ho fatto Waiting. E’ con 
quel film che ho capito quale era la strada che mi interessava seguire. Da allora, ogni cosa che ho fatto – e parlo della vita, delle cose del mio passato, di tutto – è stata parte integrante della costruzione di questo tipo di film. Sound Barrier è una continuazione del lavoro fatto con Waiting, The Search I, Acqua, vento, terra e ancor più con Marathon. E’ stato molto difficile ritrovare me stesso nel fare i primi due film negli stati Uniti. Ci ho messo un po’ prima di trovare nuovamente la via giusta, a causa di una cultura del tutto nuova, una nuova lingua, persone nuove. Ce n’è voluto, ma con Marathon, l’ho finalmente trovata. Penso che qualsiasi cosa io abbia fatto nella vita, e le strade che ho seguito, tutto questo fosse perché un giorno facessi questo film, questo film pieno di rischi, di durezza e di impossibile.

Perché impossibile?
Perché filmare Sound Barrier è stato quasi impossibile, lo puoi immaginare dalle due locations. In più ogni passo della sua realizzazione è stato durissimo. Tutta la mia esperienza cinematografica in questi anni arriva, con questo film, a un punto che ho voluto raggiungere per tutta la vita. Facendo Sound Barrier ho scoperto moltissime cose su me stesso e sul mio lavoro. Ora so che posso iniziare a lavorare a un film che avevo pensato e pianificato per anni – e che è stata una delle ragioni per cui ho lasciato il mio paese. Un film sulla luna. Sarà la seconda parte della mia trilogia sul suono, che sto cercando di fare. Ho sempre sognato di stare sulla luna. Questo è l’inizio di un nuovo sentiero per me.
Un sentiero sempre più difficile…
Dove ci sono difficoltà, io ci sono. Dove c’è qualcosa di impossibile sono lì. Da bambini ci dicevano: ‘non fare questo’, ‘non mangiare quello’, ‘questo non si dice’, ‘lì non ci devi andare’, ‘non toccare’… Ogni cosa era un diniego. Tutto iniziava e finiva con un “no”. E io, alla prima opportunità, mi sono imposto la regola di infrangere tutti i ‘no’ che mi trovassi davanti. Per prima cosa sono scappato da casa. Avevo 11 anni. E all’inizio era molto divertente. Mi chiamavano ‘Rischio’. Mi piace come soprannome. Non conta nient’altro per me. La vita è noiosa senza rischio.
Anche il protagonista di Sound Barrier ha 11 anni. Come avete lavorato insieme?
Charlie lo vedevo spesso in giro per il quartiere. Un giorno fermai i suoi genitori, con i quali nel frattempo è nata un’amicizia, e gli dissi che avrei voluto fare un film con loro figlio come protagonista. All’epoca Charlie aveva 6 anni. Mi dissero che era un po’ presto, che avrei dovuto aspettare qualche anno, che il ragazzo crescesse. Ho aspettato 5 anni. Continuando a ‘seguirlo’, senza mai rivolgergli la parola. Poi un giorno l’ho fermato per strada e gli ho detto che volevo fare un film con lui. Ho parlato della cosa ai genitori, che sono musicisti, persone molto sensibili, e perché era necessario che si fidassero di me. Per 2 mesi l’ho fatto vivere come un sordo, poiché il protagonista del mio film doveva essere sordo. Gli ho fatto fare 2/3 ore al giorno di lezione con un’insegnante, come se fosse davvero sordo, ha imparato a leggere sulle labbra, a vivere come vivono i sordi. Abbiamo iniziato le riprese del film quando lui si è sentito pronto. Abbiamo girato per 8 mesi, 4 nella stanza dove il ragazzo cerca tra le cassette, e 4 sul ponte. All’inizio non è stato facile, tutto il materiale del primo mese e mezzo ho dovuto buttarlo via, ricominciando da capo, ma alla fine credo che Charlie abbia fatto un lavoro straordinario. L’ho spinto fino a un limite, anche fisico (è dimagrito di 15 libbre durante le riprese), spingendomi io stesso con lui a un mio limite. I bambini sono molto più forti di quanto non pensiamo, molto più forti di noi adulti, più resistenti. Durante le riprese ci sono stati momenti molto tesi, a un certo punto sembrava che tutto dovesse esplodere, e questa è l’energia che io sento oggi nel film. Charlie ha dimostrato uno spirito di sopravvivenza eccezionale, che mi ha spinto a superare le difficoltà che abbiamo incontrato.
Rispetto al tuo percorso, non senti – proprio in virtù di questo tuo inseguire ossessivamente ‘quel’ preciso tracciato – un’insoddisfazione? Non pensi mai ‘si poteva fare meglio’?
Che diavolo! Ho amato qualsiasi cosa abbia fatto e continuo a fare. Ho fatto i film che volevo fare, bene o male. Li ho fatti nel modo in cui volevo farli, fregandomene dell’opinione altrui. Ed è ancora così. Forse in qualche angolo del mondo qualcuno amerà i miei film, e magari penserà che con un soggetto minimale, a volte senza dialoghi, e la combinazione di suono e silenzio, e movimento e montaggio e piani sequenza, stia andando in una direzione nuova. Per me è così dal 1975.

Cosa vorresti dire a uno spettatore del tuo film?
Sound Barrier è un film duro da vedere, perché prende lo spettatore al midollo spinale, sfidandolo. So che molti spettatori oggi sono estremamente impazienti, a volte pigri, e forse hanno ragione a esserlo. Ma io faccio un film innanzitutto per me stesso, per sperimentare cosa amo nel cinema. E se qualcun altro ci vede le stesse cose che ci vedo io, o che ho cercato di metterci dentro, tanto meglio. Gli vorrei dire molto semplicemente: “Siediti e guarda”.
Cut.

(Intervista di Donatello Fumarola, «il manifesto», 15 novembre 2005)

 

(S)PUNTI CRITICI

La storia di Amir Naderi è la storia di un maratoneta, che a volte  scatta come un centometrista, e appena dopo il traguardo riprende il passo costante di chi deve andare lontano, con la disperazione e la forza di chi sa che il  traguardo è sempre ancora da raggiungere. Talento fulmineo del cinema  iraniano del prima della rivoluzione, ha esordito parallelamente all’amico Abbas Kiarostami nel 1972, e in pochissimo tempo è diventato uno dei cineasti di riferimento per più di una generazione. Dopo aver girato Acqua, vento, terra, nel 1989, decide di tagliare ogni legame col suo paese d’origine e si trasferisce a New York, dove ricomincia un nuovo percorso di cinema e di vita. Manhattan by Numbers (1992), A, B, C… Manhattan (1997) e Marathon (2002) sono quanto di più intenso e inventato si sia prodotto cinematograficamente nella New York di fine e inizio millennio.
Al Torino Film Festival Naderi, oltre a essere in giuria, presenterà il suo ultimo Sound Barrier, primo capitolo di una ‘trilogia sul suono’, che la Mostra del cinema di Venezia ha (in)comprensibilmente rifiutato (troppo fuori dagli schemi, o troppo piccoli gli schermi veneziani per un così grande film?).
Il suo cinema gode della purezza del movimento. “Suono, movimento e silenzio”. Sound Barrier comprime e rilancia il precedente Marathon, che era già un’esperienza molto limite, spinta in una direzione di cinema non riconciliata e non riconciliabile, in un territorio insieme inedito e evidente. La sua segretezza è la sua stessa trasparenza. I film newyorkesi di Naderi sono, tutti, il rilancio delle possibilità di attraversamento del cinema di colpo divaricato rispetto a linee di fuga, a possibilità narrative, a costruzione, distruzione e superamento dei luoghi comuni, in un fuoricampo furioso che Naderi riesce a far luccicare attraverso le immagini-suono dei suoi film. Ma la costellazione segreta che intesse il suo cinema, quella fatto in Iran come quello fatto a New York, deve essere intesa così: è con la folla invisibile delle parole e dei suoni, dei frammenti (come lo era delle lettere o dei numeri nella trilogia newyorkese), che il cineasta combatte, nei luoghi che sembrano sempre abbandonati anche e soprattutto nell’iperaffollamento urbano, la sua lotta per la preda poetica. In Sound Barrier ritroviamo, come in tutto il cinema di Naderi, la presenza segreta di un passato invisibile, di altri e altro i cui segni prendono la forma dell’accumulo (i messaggi nella segreteria telefonica di Marathon, le cassette audio con la registrazione della voce della madre del giovane protagonista di Sound Barrier), una tensione costante che produce uno shock, condizione necessaria di una fuoriuscita, di un superamento. Naderi ha posto l’esperienza dello shock al centro stesso del suo lavoro. In balia dello spavento. Violento, attivo, quasi pauroso che le immagini gli sfuggano. In lotta benché solo e come chi dia colpi a sé stesso, scontrandosi a volte con immagini da tempo sognate, o solo desiderate, la cui traccia ha l’intensità e la trasparenza  assoluta del suono (come l’eco di una sparizione, o la predizione allucinatoria di  qualcosa che deve ancora arrivare).

(Donatello Fumarola, «il manifesto», 15 novembre 2005)

 

L’ultima fatica del regista iraniano Amir Naderi, sulle strade della sua città d’adozione, New York, rappresenta un ritorno ai temi del suo Davandeh. Solo in una città indifferente, un ragazzo sordo cerca le tracce rimaste di sua madre morta: un talk show radiofonico con interventi degli ascoltatori, registrato in una collezione di audiocassette custodite in un magazzino di Greenpoint. Come al solito l’opera di Naderi, il lavoro sul suono è fondamentale, e il film gradualmente si spinge verso un tour de force “sonoro” tutto ambientato su un ponte congestionato dal traffico. Energico ed estenuante. Con un finale che è quasi letteralmente un’epifania.

(David Ng, «The Village Voice», 13-19 aprile 2005)

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