A, B, C… MANHATTAN | Amir Naderi

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A, B, C… Manhattan by Amir Naderi

(USA, 1997, col., 90′)

Interpreti | Cast
Lucy Knight (Colleen), Erin Norris (Kacey), Sara Paul (Kate), Rebecca Nelson (Janet), Nikolai Voloshuk (Stevie), Maisy Hughes (Stella)
Sceneggiatura | Screenplay
Ben Edlund, Jessica Gohlke, Maryam Dalan, Tracy McMillan, Amir Naderi
Fotografia | Cinematography
William Rexer II
Montaggio | Editing
Amir Naderi, Tony Pellegrino
Scenografia e costumi  | Set Design & Costumes
Lisa J. Bloch
Suono | Sound
Dan Ferat, Frank Matter
Produzione | Production
Amir Naderi, Emerson Bruns, Eric Sandys

Premiered at Cannes Film Festival 1997.

Three women are to make vital decisions about their future. Colleen wants to be a photographer but can’t support her daughter Stella. Casey is looking for her dog stolen by her ex-boyfriend and lesbian lover who has dumped her. Kate decided to break up with Stevie and start living on her own. Second american film by Naderi. Shot in New York City.

CRITICAL POINTS
The text, a product of collaboration (and some improvisation), is slight, haphazard and often frustrating. What gives Naderi’s film its distinctive feel is its visual strategy: the uninterrupted long takes that track the women, the restless, mobile camera, the bold framing, the calculated rhythm.”A, B, C” is the kind of film in which style is inseparable from substance. Rather admirably, Naderi avoids melodrama and refuses to judge his protagonists, supplying them with plenty of space (both geographically and emotionally) to maneuver and find themselves.
(Emanuel Levy, «Variety», June 23, 1997)

As with any episodic story, it is at the mercy of the audience’s varying affinity to the vastly different women. Director Amir Naderi manages to breathe a very authentic feel of what it’s like to live in big bad Gotham. He neither romanticizes nor vilifies; he captures its grime, banality and raw energy. He could also give some pointers to would-be directors on how to shoot a film with his highly distinctive, realist style. His films put visuals ahead of characters and plot developments as THE story telling device. You see the story, you don’t hear the story. “A, B, C… Manhattan” was made (in film terms) for practically no money but was one of the great treats of ’97.
(Tom Graney, «www.hollywoodoutsider.com», 1997)


Una giornata nel Lower East Side di Manhattan. Tre donne, Colleen, Kate e Kacey. Colleen è single e madre di un bambino, fa la fotografa e passa il suo tempo in un bar della Avenue B. Sogna una vita migliore per il figlio. Katie è musicista ed è venuta a New York per liberarsi di un segreto che si porta dentro da una vita. Tutto quello che desidera è suonare la sua musica. Kacey lavora in un ristorante, ha appena perduto il suo uomo, la sua migliore amica e il suo cane: più di ogni altra cosa vuole ritrovare il suo cane. Attraverso i ritratti delle tre donne ne emerge un quadro: quello di Alphabet City a New York.

Presentato nel 1997 al Festival di Cannes nella sezione Un certain regard e al XXVII Festival internazionale del cinema di Taormina nello stesso anno.

DICHIARAZIONI
Colleen per me rappresenta in un certo modo “ieri”. Lei conosce tutto del Lower East Side, ci è arrivata da molto tempo, ha avuto una figlia, ha fatto esperienze di ogni tipo, ha perso così tante cose, fino a quando è arrivata alla decisione di “oggi”, molto dura e sofferta, di affidare la figlia ad altri. Colleen è assimilabile per me a qualcuno che viene da “ieri”, nel senso che conosce praticamente tutto di questo posto.
La giovane ragazza, Kacey, che cerca di ritrovare il suo cane e di riconquistare la sua ragazza, rappresenta per me l’“oggi”. È molto alla moda, molto dura, è un maschiaccio, è determinata, mentre Kate, la terza ragazza, rappresenta per me il “domani”. In un certo senso è come la chiusura di un cerchio. Se avessi realizzato, ad esempio, un film solo su Colleen sarebbe risultato monocorde, un colore soltanto, e non avrebbe funzionato. Mentre ho cercato di creare dei contrasti, da punti di vista differenti, mostrando che cosa significa, in questo posto, essere delle giovani donne che si assumono i propri rischi.
(Amir Naderi, «Filmcritica», n. 476/477, giugno/luglio 1997)
(S)PUNTI CRITICI
A, B, C… Manhattan, di quello che era forse il più grande cineasta iraniano, porta a New York (dopo Manhattan by Numbers) il vento del suo cinema, scompigliando l’immagine intellettual-carina della metropoli dei film cino-austeriani. Il suburbio rinascere nel cuore della città downtown. E il suono, come il vento, va e viene, si alza e si abbassa in una partitura di intensità che non si misura in decibel.
(Enrico Ghezzi, «il manifesto», 15 maggio 1997)

a, b, c... manhattan, by amir naderi